Chernobyl: Storia di un’Apocalisse [5]

Dubovy Log: la morte lenta “Dentro la Sbarra”

La radioattività non si vede. Il cielo, l’aria e l’acqua hanno gli stessi colori di sempre, e la gente cerca di sopravvivere e di non pensare. Ci sono kholkoz come quello di Dubovy Log ovvero il Posto delle Querce (Bielorussia, provincia di Dobrush) che sembrano oasi naturali: boschi di abeti e betulle, campi coltivati, cicogne e animali selvatici. Però qualcosa stona: una sbarra che vieta l’accesso ai non abitanti, cartelli dove si legge “vietato cogliere funghi, bacche, pescare, asportare legname”. Infatti qui il grano coltivato è talmente avvelenato che ricavarne il pane è un’utopia, il latte prodotto viene portato altrove per diventare “radioattivo secondo norma”. I funghi, invece, non dovrebbero passare la sbarra ma sono molto richiesti da anonimi compratori che poi li rivendono sul mercato:

“Durante la stagione vengono delle
persone che ci consegnano dei sacchi da riempire.
Ci pagano bene. Dicono che sono funghi per l’estero
per preparare, non sappiamo quali, medicine e
prodotti di bellezza. Di più non sappiamo. Sappiamo
solo che ci conviene”.


Questa “riserva radioattiva” non è vuota e nemmeno abitata da samosely. I volontari hanno il permesso di abitare qui, anche se le autorità ufficialmente vietano la residenza. Perché questo è il luogo più contaminato di tutta la Bielorussia.

All’ingresso del villaggio di Dubovy Log vi sono case in muratura costruite dopo il fallout radioattivo per gli sfollati della provincia di Braghin. Appena finita la costruzione, viene però rilevata nel villaggio una contaminazione superiore a quella di Braghin, e le case non sono mai consegnate. Nel 2006 il villaggio viene chiuso ma arrivano alcune famiglie – spesso in fuga da situazioni di guerra – provenienti dal Kazakistan o dalla Russia e Ucraina, su offerta del kholkoz di Dubovy Log che non deve arrestare la produttività e ha bisogno di braccia. A un futuro senza prospettive, questi “patrioti”preferiscono un tetto solido e un orto comunque fertile in territorio contaminato: un paradigma del nonsenso, perchè lo stato legifera l’impossibilità alla residenza, ma permette di viverci.

Nel 2014 il villaggio risulta sostanzialmente “liquidato”: in una decina d’anni, la biblioteca, l’ufficio postale, la Dom Kultury (Casa della Cultura), la mensa, il municipio, l’asilo nido, l’ufficio postale, persino la caserma dei vigili del fuoco sono spariti assieme alla vita sociale di circa 200 persone. Nel 2015 gli unici avamposti di
socialità rimasti sono il classico
e polivalente “magazin”, il
FAP (ambulatorio infermieristico) attivo a giorni alterni e l’ufficio contabilità del kolkhos
in un locale all’ultimo piano dell’edificio della ex municipalità e riscaldato a malapena
sotto i 20 gradi da un generatore di fortuna, perchè non ci sono più i soldi per riscaldarlo
Uniche presenze istituzionali: il kholkoz e la milizia alla sbarra che chiude la riserva 24 ore su 24.

Il kholkoz

La gente di Dubovy Log – ora circa 150 persone di cui una ventina fra adolescenti e bambini – non può avanzare pretese: hanno avuto in dotazione una casa, un orto, un lavoro nella fattoria collettiva e, soprattutto, la pace (eterna) di una natura rigogliosa che offre loro frutti, legna, funghi (a volte giganteschi), miele, foraggio per i propri animali. Tutto gratuito e tutto contaminato.

Gli abitanti dicono che non c’è più da aver paura: i 40 Ci/km2 (radionuclidi attivi del Cesio 137) di 31 anni fa sono diventati “solo” 16 Ci/km2 attuali. Ora “si possono raccogliere bacche e funghi, si può usare la cenere, pescare nel fiume”. Il posto di blocco con i militari e la sbarra ormai fanno parte del panorama. Però pochi chilometri più in là hanno intombato le case di Demjanki perché altamente radioattive: casualmente, è da Demjanki che arriva il foraggio per i bovini del kholkoz…

Il vecchio palazzotto di Demjanski. Quella a terra è la statua di Lenin

Qualcuno però non è tanto tranquillo, specie chi ha figli: “Andare via di qua è un problema che semplicemente non ci poniamo perché non abbiamo soldi. Andiamo in giro sempre con gli abiti da lavoro. Sappiamo che quello che produciamo nel nostro orto è contaminato ma lo mangiamo lo stesso, non possiamo farci niente”. E anche: “Ho paura perché

 

 

 

 

 

so che la situazione è grave, al lavoro molti operai si lamentano per i continui mal di testa; a me fanno male i denti e poi mi sento sempre debole. Non avevo mai avuto problemi quando vivevo in Ucraina […] So che qui morirò lentamente, ma nel Donbass in guerra sarei potuto morire subito”. [L’articolo intero è QUI]

Dubovy Log è pieno di colori, come un’attrazione turistica, una fatiscente ghost town da baraccone.

 

Il gufo

Ci sono statue in legno dipinte e alcune case hanno staccionate e finestre dipinte di verde e blu.

Altre case invece sono abbandonate.

Nel 2006, quando c’era molto entusiasmo per questo insediamento, i colori erano freschi e brillanti, ora mostrano l’usura del tempo.

Nel 2015 è stato iniziato un progetto triennale per i minori di Dubovy Log: ricostruire uno spazio per loro riaprendo, anche solo per poche ore al giorno, la  “casa della cultura”: Il Doposcuola di Dubovy Log è un momento per stare insieme, giocare, studiare, mangiare cibo “pulito”. Socializzare, per spezzare il circolo vizioso che soffoca le loro famiglie: casa/kholkoz/alcol, oltre che l’oppressione dell’isolamento sociale e culturale. E imparare le norme base di protezione dalla radioattività.

I villaggi vicini hanno avuto sorte diversa, non saprei dire se migliore o peggiore. Per esempio Viljevo, che è stato seppellito.

Il villaggio di Viljevo intombato

La chiesa di Viljevo

 

La milizia della riserva

 

E anche se questa non è una prigione, anche se i bambini vanno ogni giorno a scuola “fuori dalla sbarra” a Dobrush, la milizia non abbandona mai la zona.

Perchè questo è un mondo a parte, come i film di Tarkowski.

A fine settembre 2017 partirà una nuova missione per Lubovy Dog, organizzata da Progetto Humus; lo scopo è festeggiare la conclusione della terza annualità del progetto.


Le foto di questo articolo sono di Progetto Humus; Il Corriere.it; Ligurianotizie.it

 

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