Yucatan [5]: Chichen-Itzà

Parlare di Chichen -Itzà non è facile, perché è la più conosciuta, la più descritta, la più studiata, la più fotografata. Patrimonio dell’Umanità, il suo Castillo è fra le sette meraviglie del mondo. Racconto quindi la mia Chichèn – Itza, l’impressione che ha fatto a me.

Varie sfumature di nero e grigio sulla jungla, i palazzi in rovina, il cielo. Un po’ piove e un po’ no. Si sentono intorno ruggiti e fischi, ma non sono animali. Bancarelle sparse fra gli alberi dove i ragazzini indios scolpiscono il legno a mano creando statuette, maschere, calendari e fischietti a forma di testa di giaguaro. E’ da questi che provengono gli strani suoni. Sopra di noi gira un avvoltoio. Il sito è talmente enorme che ogni cosa sembra  sparirci dentro, mi sento piccola piccola e sento il peso di quanto c’era e non c’è più.

Chich’én Itzá: chi vuol dire “bocca”, ch’en significa “pozzo”. La parola Itzà è composta da itz, magia, e (h)á,acqua.  L’acqua e la sete della terra e degli uomini erano le costanti in questo enorme lastrone di calcare che è lo Yucatan, quindi non è strano che la città  maya più importante da noi conosciuta si chiami “Bocca del pozzo dei maghi dell’acqua”. Gli Itzaes, i maghi dell’acqua, erano probabilmente i Toltechi, provenienti dal nord del paese, che adoravano Tlaloc, dio dell’acqua, del tuono e dei fulmini.

 

Tlaloc

Nello Yucatan non ci sono fiumi e piove più o meno da giugno a ottobre, ma il clima è tropicale quindi un acquazzone può arrivare anche in inverno. a La pioggia filtra in profondità nella roccia calcarea che è la penisola e forma una rete di acque sotterranee. in dicembre la jungla è verde perché è appena finita la stagione delle piogge (e degli uragani);in genere non si arriva a 30 gradi e le notti sono fresche malgrado l’umidità. Da marzo a maggio è caldissimo e tutto secca, gli alberi sembrano morti, le temperature sono sopportabili sulla costa ma passano i 40 gradi nell’interno. Nel periodo Maya, la pioggia era il grande regolatore della sopravvivenza, quindi si può immaginare l’importanza delle divinità ad essa associate.

The bloody jungle

Chichèn- Itzà,come gli altri insediamenti, è nata dove c’è l’acqua. Anche se i Maya migravano sulla costa nei periodi di siccità e costruivano enormi cisterne interrate, hanno fondato le loro città vicino ai cenotes. A Chichèn – Itzà ci sono due cenotes. Il più piccolo è Xtoloc (Iguana, la riserva idrica. L’altro, chiamato Chen Ku (pozzo del Dio,più conosciuto come Cenote Sagrado) è più grande e di sinistra fama.

Cenote Sagrado

Non ho potuto visitarlo ma Felipe ce ne parla ampiamente: ogni cenote era considerato un passaggio per l’aldilà, ma questo in particolare veniva riservato ai sacrifici. Thompson si trovò davanti uno strato melmoso in putrefazione che intasava il pozzo e iniziò a drenarlo. Poi si arrese per varie difficoltà ma quello che riuscì a estrarne è degno di un romanzo: oltre ai detriti, spuntarono oggetti preziosi in oro, giada, ossidiana e legno,vasellame dipinto, incenso, carcasse animali e resti umani in prevalenza di bambini, giovani uomini e fanciulle. Anche il Xtoloc non era privo di sacrifici: accanto ha i resti di un piccolo tempio a colonne e tre stanze, verosimilmente usato per cerimonie religiose. Mostra pareti scolpite con figure di sacerdoti e guerrieri, un altare con disegni di piante e uccelli della mitologia maya. Furono trovati resti umani in un contenitore per le offerte agli dei…

Rovine del tempio di Xtoloc

 

Le offerte servivano per compiacere Chaak, dio dell’acqua e della pioggia. Meno acqua c’era, maggiori erano i sacrifici. Alcune delle vittime venivano spellate o smembrate (anche molti oggetti venivano rotti prima di finire nell’acqua) ma la maggior parte era gettata nel Cenote ancora viva,probabilmente drogata. Gli allucinogeni e stupefacenti naturali in Messico non mancano: nella jungla la marijuana (cannabis indica) cresce spontanea. e veniva utilizzata in molti modi (fumarla era solo uno dei tanti). Altre piante erano usate per l’Ayauasca, bevanda allucinogena fatta con l’ayauasca, appunto, e la chacruna, un arbusto con tante palline rosse che contiene DMT. L’Ayahuasca si prepara tramite una lunga bollitura di liane pestate e foglie.

Ho visto una pianta di ayauasca nella jungla, sembrava molto innocua e viene ancora usata perché ha un effetto lungo, anche se fa stare molto male: nausea e terribili mal di testa. Accanto, credo ci fosse una graticola di per la preparazione, rami anneriti sopra una buca:

Una cosa così, senza la pentola, ma la guida ha sorvolato…

Balche viola

E ancora, ci sono più di cinquanta specie diverse di fungo Psylocibe e i rospi delle canne dalle secrezioni allucinogene e il balchè, con i suoi fiori violacei  e la corteccia usata per preparare la bevanda omonima, simile all’idromele. Il Balche, bevanda sacra rituale pe eccellenza, ha proprietà disinfettanti e induce particolari stati di coscienza nei quali si potevano vedere gli spiriti. Forse anche per l’alta componente alcolica. Ma torniamo al sacrificio. Immaginiamo una scena notturna sul bordo del Cenote Sacro: fuochi, canti, vestiti dipinti, elmi piumati. Nobili e sacerdoti guardano la vittima avanzare recitando magie, suppliche e scongiuri. E’ coperta di gioielli e paramenti preziosi, ha lo sguardo vacuo e incosciente per le droghe. Cade in acqua e il peso dell’oro la trascina giù… fino al fondo abissale dove aspetta Chaak, circondato dai suoi piccoli servitori antropomorfi, rane e topi. Questo nel folklore. Nella realtà, niente vergini immolate: i resti trovati sul fondo dei cenote erano più che altro di bambini.

 

Entriamo nella città attraverso il sentiero che passa accanto ai resti del Tempio delle Mille colonne (in realtà sono circa 250) e il “mercato” dove probabilmente c’erano i depositi alimentari.

I Magazzini

Le Mille Colonne

Fra le Mille Colonne

E finalmente l’enorme spiazzo con al centro la piramide di Chichèn- Itzà: il Tempio di Kukulkàn, chiamata dagli Spagnoli El Castillo.

El Castillo

 

Comincio a essere stanca, eppure so di essere davanti a una delle sette meraviglie del mondo. Tutto sommato sono contenta che il Castillo non si possa scalare: le suole di milioni di turisti hanno consumato i gradoni e si cerca di preservare quanto resta. Felipe ci fa sedere sul prato e intanto racconta:

“l’ombra del  dio serpente Kukulkàn (Quetzalcoàtl è il nome tolteco) scivola giù dai gradoni nei giorni degli equinozi estivo e autunnale; la gente è cascata di sotto e qualcuno è morto; el cabron che sta battendo le mani qui accanto vuol far sentire la particolare acustica della piazza; i toltechi invasori sottomisero i Maya e costruirono la città sopra quella precedente.”

Cerco di assorbire queste informazioni e intanto penso che Chichèn Itzà è una combinazione poetica di forma, stile, funzionalità, religione, filosofia, matematica,costruita come un’enorme cassa di risonanza a cielo aperto, dove il Castillo è uno sconcertante calendario tridimensionale. Complesse geometrie e regole astronomiche sono alla base di ogni singolo dettaglio. I 365 gradoni sono i giorni dell’anno Maya. I piani sono nove, come i nove livelli cosmici e i nove signori infernali. Nove è il numero di Kukulkàn. Un articolato rapporto lega la piramide al dio supremo, il Sole. Mi alzo e mi avvicino. Tutto ha un aspetto lunare, quasi fatato. C’è qualcuno o qualcosa che mi guarda dal tempio in alto sulla piramide. 

 

Kukulkan – Quezalcoatl, il dio Serpente Piumato, domina ovunque. Basta battere le mani in questo luogo di strana acustica per riprodurre il verso del quetzal, meraviglioso uccello quasi estinto.

El Quetzal

Se aggiungiamo il coàtl, il serpente a sonagli,

Il Coatl, Crotalus Atrox

abbiamo Quetzalcoàtl.

Il dio serpente piumato Quetzalcoatl – Kukulkàn è alla base della gradinata principale del Castillo.

Presidia il Tempio o Piattaforma di Venere dove, secondo gli spagnoli, avvenivano cerimoniali e spettacoli per il pubblico, ovvero i nobili e i signori, perché il popolo non viveva certo lì.

Il nome è dato dalla rappresentazione del pianeta Venere,scolpito su una decorazione della piattaforma in fase di uscita dalla bocca di un serpente,visibile in questo particolare:

 

Al centro,Venere che esce dalle fauci del serpente piumato, a sinistra probabilmente il simbolo del mese Pop(il primo dell’anno)secondo il sistema Haab. A destra, forse è indicata la conclusione di un ciclo di 52 anni (la fascina). In alto, serpente e pesci. Il sistema maya di computo del tempo è quanto di più complicato si possa pensare…

Tempio dei guerrieri

Nel Tempio dei Guerrieri (compreso fra le Mille Colonne) vedo pilastri a forma di serpenti piumati con bocche aperte e code rizzate. I due enormi serpenti a sonagli in pietra reggevano l’architrave.

Chac Mol

Le statue di guerrieri sdraiati con una coppa in mano si chiamano Chac Mool (Gran Giaguaro Rosso) si pensa un messaggero per gli dei. Dentro quelle coppe veniva messo il cuore delle vittime come offerta all’Aquila e al Serpente. Ci sono Chac Mool ovunque nello Yucatàn, perché i rapaci e i rettili avevano imparato dove trovare cibo fresco e le offerte venivano onorate.

Chac Mool

Altri Chac Mool sulle mura, uno sopra la testa del serpente. E qui, sempre nel Tempio dei Guerrieri, accanto a Kukulkàn incontro un dio che ritroverò spesso in questo viaggio: Chaac, signore dell’acqua e della pioggia, dei tuoni e degli uragani. I denti sono appuntiti, come usava fra i Maya, e il naso è una proboscide,(a volte attaccata al contrario dagli archeologi…)

Le maschere di Chaac, sono frontali sulla sinistra e oblique sull’angolo di destra.

Guardare i dettagli scolpiti fa venire i brividi: glifi, volti e denti raccontano battaglie su battaglie. Dalla bocca del serpente piumato spunta una testa umana: la nascita del guerriero. A sinistra, la fascina dei 52 anni e (forse)il simbolo di Venere.

Particolare

Piattaforma delle Aquile e dei Giaguari: è molto simile a quella di Venere.

Secondo il Popol Vuh, uno dei pochi testi maya scampati alla distruzione di Diego de Landa e l’Inquisizione, Aquila, Serpente e Giaguaro rappresentavano le divinità supreme, le forze della creazione, portatori di vita e di morte. Glifi e fregi che raffigurano i predatori sacri si trovano ovunque, minuscoli e giganteschi, in lotta con gli uomini, a guardia dei loro templi. Simboli di protezione, monito e sete di sangue.

Acquile e giaguari

Sembra che questa struttura sia da riferirsi a un ordine guerriero maya-tolteco. Nel fregio, Aquile e Giaguari nell’atto di divorare un cuore umano.

Fregio

Per vedere tutto di Chichèn –Itzà ci vorrebbe almeno un giorno. Quello che possiamo fare noi del “gruppo Dinamite”, ormai un po’ spompati, è seguire come zombie Felipe che ci indica una, due, mille cose:

Particolare del Campo da Gioco

il Campo da Gioco che qui è enorme (170×70 metri), il Muro dei Teschi. Anche qui, le pietre raccontano la vita e la morte degli scomparsi abitanti, l’abbigliamento del Giocatore di Pelota (El Marcador) che scendeva in campo con elmo e protezioni, il bastone per colpire la palla in una mano e le armi nell’altra. E poi la testa mozzata dell’avversario. Circondato dagli onnipresenti serpenti, aquile e simboli di varia natura, il Giocatore di Pelota era in realtà protagonista di un rito sacro quanto sanguinario. Questo “gioco” in lingua maya è il Pok-Ta-Pok.

Fregi e glifi ne raccontano alcune parti significative: si presume che i giocatori fossero sette per squadra e usassero una palla di caucciù, a cui (forse) la notte veniva dato fuoco. La palla veniva passata a colpi di gomito, petto, ginocchio e soprattutto anca, fino a farla passare dentro il cerchio.

El Marcador

A differenza di altri siti, a Chichèn Itzà il cerchio è molto alto, quindi si presume venisse usato un bastone curvo a forcella.

Il Campo da Gioco. In alto a sinistra, il cerchio che era il “canestro”

Al capitano della squadra (Vincente? Perdente? Non si sa) veniva tagliata la testa: un onore secondo la mentalità Maya, perché il morto era considerata sia un “caduto in battaglia” sia una vittima sacrificale e quindi andava nel Omeyocán, il paradiso del sole, in cui regnava il dio della guerra e dove c’era sempre festa.

Huitzilopochtli, dio della guerra

El Omeyocan

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ possibile che in alcuni casi fosse tutta la squadra a essere sacrificata. Il cuore delle vittime veniva messo in apposite coppe di pietra sulle mura, per il dio giaguaro e il dio aquila. La testa apparteneva al/ai sopravvissuto/sopravvissuti. Questi riti accentuarono il loro elemento sanguinario dopo la conquista da parte dei Toltechi e la loro fusione-sovrapposizione ai Maya. 

Sul Gioco della Pelota sono a disposizione moltissimi studi di semplice consultazione quindi non sto a dilungarmi. Quello che non conoscevo era il lato sacrificale e sacrale del gioco, e la brutalità delle immagini che lo rappresentano. La lotta fra luce e tenebre, fra vita e morte. A un primo sguardo ciò che adorna praticamente ogni angolo e pietra della zona del campo e gli edifici sovrastanti è una delizia di figure stilizzate, decorazioni elaborate e intrecci di curve, spirali, riccioli e fitte geometrie intramezzate da fiori e foglie. A un secondo sguardo inizio a distinguere fra glifi e bassorilievi: i primi non sono disegni ma simboli grafici paragonabili ai kanja giapponesi e spesso indicano date o divinità. I secondi,in alcuni casi chiarissimi, sono la storia dei fatti.

Il glifo di Venere

Ecco il Giocatore di Pelota, el Marcador.  Il bassorilievo evidenzia l’elmo, le protezioni, le armi e la testa mozzata dell’avversario, i serpenti che sembrano uscire dal suo corpo. Nella parte bassa, un grosso “coatl”.

Il Giocatore

Giocatore, Aquila e tanti serpenti

 

Giocatore, serpenti e testa dell’avversario.

In un altro punto del fregio, si vede in basso una testa mozzata da cui sgorga un fiotto di sangue simile a un ventaglio. Il giocatore-guerriero in piedi ha un coltello in una mano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A destra, da un collo reciso un fiotto che si trasforma in serpenti e in un tralcio di campanule.

I serpenti alati di Kukulkàn guardano dall’alto del Tempio dei Guerrieri che sovrasta il Grande Campo da Gioco

E la morte ride in basso.

Amiga Muerte

Questo glifo mostra un teschio crestato, con la mascella disarticolata e “imbullonata”. Il tutto è probabilmente è una frase ma il significato chi lo sa?

Tedschi e testa di serpente nell’angolo

Non distante dal Campo di Gioco, di teschi scolpiti ne troviamo molti altri. Si tratta del’area dello  Tzompantli, dove venivano impilati crani delle vittime. A testimoniarlo, un muro dove ogni pietra raffigura, appunto, un teschio: ognuno è diverso dall’altro, non ce ne sono due uguali. Sono la memoria di chi è morto giocando nel Grande Campo della Pelota di Chichen – Itzà.

Aquile e giaguari

Dopo queste squisite informazione continuo con gli altri a girovagare per Chichèn Itzà e mi faccio qualche selfie orrendo sotto la piramide.

Selfie horribilis

Fra gli alberi intorno alla piazza, dove stanno i venditori di souvenir, vedo seduta tutta curva una signora vecchissima. Ha un vestito candido a fiori che spicca sulle mille rughe della pelle scura. Scoprirò dopo che l’abito si chiama huipil,nella versione maya yucateca. Mi avvicino devo dire un po’ impietosita: “Una vecchietta così, seduta in terra a chiedere l’elemosina etc etc” e ho in mente di comprarle quello che sta vendendo, tovagliette ricamate. Lei alza il viso, mi vede, mi guarda.

La Signora Maia

Due capocchie di spillo nere e vivide come l’ossidiana che ho comprato poco prima, nessun sorriso, una fierezza infinita.

Probabilmente questo era il suo volto da giovane…

Quegli occhi sembrano dire “non mi hai conquistato, io sono qui da quattromila anni e ci sarò ancora quando tu non ci sarai più”. Finisce che compro due tovagliette e quasi mi scuso.

 

 

 

 

 

 

 

Turbata, mi allontano.Da una parte ci sono dei ragazzi che offrono un vassoio ai turisti, ridendo. Mi avvicino e mi allontano subito: io mangio tutto, ma questo NO. Insetti fritti.

Piatto tipico…

Il Caracol

Ora un po’ schifata, seguo gli altri al Caracol (stile maya puuc, più antico), ovvero la Chiocciola, per la forma a spirale della scala interna.

El Caracol

Si pensa fosse un osservatorio astronomico, un’alta struttura circolare capace di sovrastare la jungla, dalla quale era possibile osservare il moto degli astri, principalmente Venere. Venere è la manifestazione celeste di Kukulcán-Quetzalcóatl che, come dio del vento Ehecatl, è simboleggiato da strutture circolari. In questa veste è dipinto in diverse “manifestazioni del male” nel Codice di Dresda, soprattutto quando fa la sua prima apparizione prima dell’alba. Nella parte superiore del Caracol, in parte crollata, c’è la cosiddetta camera di osservazione, con (sette?)piccole feritoie: da lì l’astronomo osservava il cielo e i fenomeni celesti che tanto influenzavano la cultura e l’agricoltura.

Particolare

Venere, secondo gli esperti era considerato il dio della guerra e molti sacrifici umani avvenivano al momento della sua prima apparizione dopo la congiunzione superiore (massima distanza dalla terra).https://www.exploratorium.edu/ancientobs/chichen/HTML/alignments-caracol-bldg.html

 

 

 

 

 

 

Lascio Chichèn Itzà con un’ultima occhiata al Caracol e una sensazione di incompletezza, come se mi fosse mancato qualcosa. C’è qualcosa che avrei dovuto capire, qui, che non ho visto e che forse ho perso per sempre. Cosa volevi dirmi Chichen Itzà?

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