ZONA NERA: Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944 [9.2] – La spinosa questione dei partigiani

Un’altra asserzione della versione ufficiale dei fatti è che i partigiani non erano a Sant’Anna il 12 agosto: quello che rimane della X Bis “Gino Lombardi”, abbandona  la zona intorno al 10 di agosto e si dirige verso gli alleati. Su questo ci sono però  voci discordanti.

Nonostante la sua posizione “non interventista”, Sant’Anna era considerata nella voce comune “covo di partigiani”[1], e anche dai nazisti[2], perché bene o male i contatti c’erano, di varia natura. Per comprendere di che tipo, ecco alcune testimonianze dirette e indirette (riferibili a date diverse e quindi a diverse fasi della situazione):

Giuseppe Pardini, Amos Moriconi, Mario Bertelli , sopravvissuti: “Il 26 luglio (secondo i verbali dei processi il giorno sarebbe invece il 6 agosto) una pattuglia di tedeschi risalì la mulattiera che da Valdicastello porta a Sant’Anna, ma quando furono davanti alla Chiesa di Sant’Anna, nell’altra sponda, i partigiani che si servivano del campanile come osservatorio e sul piazzale di una mitragliatrice, gli cominciarono a sparare. Loro [i tedeschi] dettero fuoco a un fabbricato che serviva a seccate le castagne, detto Metato Bianco, poi fecero altare giù in basso una teleferica che portava il minerale alla centrale e anche la teleferica di mio cognato ai Molini di Sant’Anna che serviva per uso privato.” [3]

Molini di Sant’Anna, by Fabio Frigeri

Questo è confermato anche da Amos Moriconi, Mario Bertelli e don Vangelisti: “Una pattuglia tedesca fece saltare una cabina della miniera, un metato dimora di sfollati, una teleferica. Un colpo, forse di mortaio, fu sparato nel dirupo su cui sorge la chiesa”.[4]

Cesira Pardini, scampata alla strage:

“A Coletti non c’erano partigiani, ma [..]venivano, hanno portato via tutto quello gli pareva […]Eravamo disperati. Si viveva male, c’era un clima durissimo. Non pensavano che eravamo tanti figli da sfamare, tante bocche… poi c’erano tanti sfollati, tanta gente”.[5]

Tuttavia, nel questionario del 1961 proposto da Rinonapoli, alla domanda:… la Pardini risponde: Tutti non se ne sono mai andati.[6]

“Alla familiarità che si era stabilita fra Sofia Pieri [proprietaria dell’unica bottega] e il “Polacchino” (nazista infiltrato fra i partigiani), fu forse dovuta la benevolenza che la spia mostrò..” [7]La benevolenza di cui si parla fu rivolta non a Sofia, morta davanti alla Chiesa, ma successivamente al nipote di lei, Carlo Gamba, rastrellato ma risparmiato e inviato in Germania. E’ superfluo far notare che l’anziana donna non conosceva la vera identità del nazista, lo considerava un partigiano come gli altri.

Leopolda Bartolucci, scampata alla strage, ha ricordi di seconda mano  in quanto molto piccola all’epoca: “A Sant’Anna i combattenti erano considerati “partigiani per modo di dire che a malapena sapevano tenè il fucile, renitenti alla leva, insomma erano ragazzi e allora queste mamme di qui, che in quel periodo c’erano 17 militari di leva, e queste mamme non ne avevano saputo più nulla dei figlioli, e gliel’hanno dato senz’altro un piatto di patate, una fetta di polenta…”

Angiolo Berretti, testimone al processo di La Spezia, all’epoca dei fatti undici anni e mezzo, dice:

“Io ne vidi [di partigiani NdR] anche il giorno dopo [la strage, NDR], i giorni avanti (prima) era normale vederli […] io ero sempre tra i partigiani […] avevo l’incarico di dargli mezzo latte di queste otto pecore che c’erano e poi a volte gli si dava un po’ di roba, tant’è vero che il comandante partigiano Bandelloni al mio babbo aveva fatto un foglio che gli aveva fornito tre o quattro agnelli, un po’ di legna e un po’ di fieno. Io questo foglio l’ho consegnato ad un certo Antonini di Viareggio, un comandante che era anche sul Monte Gioia […]Tra i partigiani c’ero tutti i giorni, finita la scuola oppure quando non c’era più la scuola noi avevamo un pezzetto di terra, lì portavo le pecore al pascolo e il comandante diceva “Se sentite dei tiri allontanatevi subito, andate in ‘zona bianca’.”

Amos Moriconi:

Amos Moriconi, sopravvissuto, con la moglie Claudina e figlia Nara, perite nella strage.

“Io li conoscevo perché li avevo sempre aiutati, avevo fatto loro da mangiare […] alcuni partigiani vennero a riprendersi le armi che avevo trovate abbandonate qualche tempo prima in una selva al Moco, sotto il Colle… […]”[8]

Molto più drastica, quasi uno sfogo liberatorio, è la posizione di Don Vangelisti del suo ultimo scritto, per sua volontà pubblicato postumo, diverso nei toni rispetto alle testimonianze orali e scritte rilasciate in precedenza:

“(…) Intanto a S. Anna, come negli altri paesi di montagna della Versilia, cominciavano a venire famiglie dal basso e dai centri della pianura con il loro bestiame e con le loro masserizie: furono ripiene tutte le case, le capanne, perfino le grotte. Cominciò anche la presenza massiccia dei partigiani con le loro armi ben in vista che passeggiavano per le strade; magari si presentavano per primi a prendersi la frutta, la verdura, la carne; andavano anche dai bottegai di Viareggio, Pietrasanta etc. che avevano portato quassù le rimanenze dei loro negozi: bottiglie di liquori, merci varie, perfino vestiti e tutto questo con le armi alla mano; episodi questi pari a veri sistemi da ladri e rapinatori. Cercai di far loro comprendere che non era questo il modo giusto, che così facendo coinvolgevano la popolazione specialmente se si fossero scontrati con i tedeschi; ma niente da fare! Sembrava che facessero quasi a posta” (…) C’era stato poi tutto il comportamento dei partigiani, come ho sopra accennato, che se ne giravano tutti tranquilli con il mitra alle spalle in mezzo alla popolazione nei nostri paesi: Farnocchia, Sant’Anna, La Culla. Può darsi che le spie abbiano davvero creduto che popolazione e partigiani fossero uniti nella stessa lotta contro le truppe tedesche. Ho già accennato da principio quanto feci per farli desistere da quello sciocco comportamento; era già però in voga il motto “tanto peggio tanto meglio”; cioè quanto più la popolazione si troverà a disagio tanto più si solleverà contro le autorità del regime. In genere questi partigiani erano di uno spirito ribelle, anarcoide, insofferente di ogni disciplina, sbruffoni che si davano delle arie di superuomini, quando non c’era pericolo, ma che abbandonavano le popolazioni a se stesse, quando c’era la necessità di aiutarle e magari difenderle”[9]

Questo sarebbe confermato indirettamente dalle parole dell’ex sindaco di Stazzema  Lorenzo Alessandrini durante la presentazione del libro di Giuseppe Vezzoni  “Tra le pieghe della strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema”:

Si assisteva a una specie di parata: prima passavano i tedeschi, poi i fascisti, poi i partigiani”[10].

C’è un altro aspetto delle attività partigiane nella zona che non passa inosservato, ovvero l’uccisione sul Monte Gabberi di vari fascisti versiliesi, che i partigiani catturano e portano nei loro rifugi in montagna:la strada dalla Piana della Versilia per il Gabberi attraversa Sant’Anna e i partigiani fanno passare in mezzo al paese, ben visibili, i prigionieri[11][12].

Vetta del monte Gabberi

Alcuni nomi e date di morte relativi a fascisti giustiziati: Umberto Luisi detto Goffredo (5 luglio ’44); Pio Terigi (8 luglio); Giuseppe Silicani (13 luglio) Francesco Marcello Casella (3 agosto); Aldo Lasagna[13] (4 agosto)[14]; Enrico Maggi (), Ulisse Galleni  (9 agosto)[15]. Sarebbero  48 le salme sepolte sul  Gabberi, mai ritrovate, tranne quella di Emanuele Bottari[16] (fratello di Severina Bottari[17] e figlio di Alfonzina Timpani) che, unitosi ai partigiani, fu ucciso mentre cercava di abbandonare la zona, forse sospettato di essere una spia.  Naturalmente tutto questo non piaceva  affatto alle milizie nere della zona.

In ogni caso:

1) Dalle indagini del dott. Mario Cecioni, commissario di PS di Viareggi0 (Rapporto del 5 marzo 1950) risulta che  Farnocchi Abramo ([18]), bottegaio che abita in Piazza della Chiesa, riferisce: “Verso la mezzanotte dell’11 agosto i partigiani si recarono a casa sua e dopo aver prelevato delle derrate, si allontanarono.”([19])

Un altro girotondo anni dopo

2) La mattina del 12 Bandelloni era con il suo gruppo a San Rocchino, sul versante di Camaiore, nel retro del Gabberi, assieme alla formazione di Loris Palma “Villa”,da dove “a mezzo di cannocchiale, poté distinguere le truppe che salivano verso S. Anna”.[20]

3) Landa Belletti, sopravvissuta e all’epoca bambina, ricorda che la mattina presto del 12, un partigiano[22] bussò alla sua porta per avvisare che sarebbero arrivati i tedeschi, con la raccomandazione di restare in casa (nascosta tra gli alberi e poco visibile) o di rifugiarsi in una vicina grotta se la situazione fosse peggiorata. La famiglia segue il consiglio, compresi il fratello e il padre di Landa, inizialmente requisiti dai tedeschi per portare a valle un ferito. Più tardi, lo stesso partigiano torna dai Belletti con un bambino (Mario Marsili) gravemente ustionato, due ragazzine[23] e un ragazzo (forse Ennio Navari)[24].

4) Nicola Badalacchi, partigiano, [25] precisa che la mattina del 12 a una pattuglia della Bandelloni fu ordinato da Giancarlo “Beppe” Taddei  di andare nella frazione di Roggio per intercettare i tedeschi, ma i partigiani – armati con fucile mitragliatore Bren – si rifiutarono. Il Badalacchi è a San Rocchino col Bandelloni fino al 19 settenbre, afferma che gli uomini del Bandelloni nel Lucese sono circa una settantina e che, il 14, ne ritrova circa 45: “Quelli che si erano potuti sganciare lo fecero, qualcuno di qua sarà venuto in giù, non so…”

Partigiani forse versiliesi

Quindi, c’erano o non c’erano i partigiani a Sant’Anna? Senza voler fare umorismo fuori luogo in questo tragico contesto, si può dire che “o ce n’è o ce n’è stati, o ce n’è di rimpiattati”. Ciò che emerge costantemente dalle testimonianze è: “non ci sono partigiani a Sant’Anna” ma questo è vero nel senso di partigiani residenti nel paese:nessun santannino[26] o quasi milita nella Resistenza. E di sicuro nessun partigiano è accampato nelle frazioni. Nel complesso la situazione è abbastanza “curiosa”: i partigiani attestati vicino al crinale e i fascisti santannini in paese, praticamente vicini di casa, che non interferiscono gli uni nelle faccende degli altri – nessun fascista santannino risulta giustiziato dai partigiani – con la maggioranza della popolazione civile che sembra “congelata”in un equilibrio precario, fra incudine e martello.

Sant’Anna dalla Foce di Compito

Come si è visto dalle varie testimonianze, non c’era il grosso della formazione. Ma erano rimaste tre brigate con almeno un centinaio di uomini, tra cui la Banda Bandelloni, che si allontanano all’alba del 12 all’arrivo dei nazifascisti. Se i nazifascisti arrivano da tutte le direzionali è coerente pensare che i partigiani o li hanno avvistati senza conseguenze (sono tornati indietro verso il paese/ sono riusciti a bypassarli senza essere visti) o hanno avuto uno scontro a fuoco nei pressi di Sant’Anna. In entrambi i casi, i partigiani sanno dall’alba del 12 che i tedeschi sono a Sant’Anna. Aulo Viviani riferisce di partigiani di Bandelloni (non visti da lui personalmente) che assistono senza intervenire[27]né prima né dopo l’eccidio.[21].

[1] (Olindo Cervietti, A.V. Rinonapoli)

[2] (Concina, processo di La Spezia)

[3] riportato da Giuseppe Bertelli in Raccolta di notizie (anche amare) sulla Resistenza, vedi Vezzoni]

[4] Gierut, appendice, articolo della nazione del popolo

[5] Cesira Pardini, uno dei pochi superstiti ancora in vita, ha rilasciato nel tempo diverse dichiarazioni sulla strage. I possibili motivi richiederebbero una considerazione a parte che non è oggetto della mia ricerca. Posso però citare una delle sue testimonianze rilasciata nel 1961 in un questionario: Fuoco sulla Versilia, Rinonapoli.

[6] Maria Volpe Rinonapoli, Fuoco sulla Versilia.

[7] [Marco Piccolino, Cantata,  nota figura 25 pg 147]

[8] [Cappelletto e Calamandrei]

[9] “Quaderni versiliesi” nel dicembre 1997, a cura dell’Accademia della Rocca:

[10] https://www.youtube.com/watch?v=eq9ziZbEZ1Q&feature=youtu.be

[11] Toni Rovatti pg142, pg 144, pg 176 nota 20

[12] Gierut pg 128

[13] Marito di Stefania Pilli – che denuncerà Sant’Anna come base partigiana – e centurione della milizia, che riuscì a fuggire sui monti, ma fu preso nuovamente e fucilato.

[14] Paoletti, la strage aggiustata pg 538.

[15] Toni rovatti pg176 nota 19

[16] Vezzoni, un prete indifeso in una storia a metà, 2014, pg 114

[17] Condannata per collaborazionismo nel 1948, usufruì dell’amnistia Togliatti.I fascicoli del processo sono spariti. idem

[18] Paoletti, 2012?

[19] Pezzino Paolo, Sant’Anna di stazzema pg 122

[20] [Gierut, pg33

[21] Testimonianza di Aulo Viviani in Gierut, pg 149

[22] Forse Sergio Pieri, idem  Un prete indifeso

[23] Forse Milena Bernabò e Lina

[24] Giuseppe Vezzoni, Un prete indifeso in una storia a metà, edizione giugno 2014, pg 18

[25] Giuerut pg 28

[26] Un esempio indiretto è anche nella testimonianza di Alfredo Kurtz, partigiano, Paoletti 1 pg35 Unico caso è…

[27] Gierut, pg 149

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