Chernobyl: Storia di un’Apocalisse [3]

 

Attenzione! Alcune immagini possono urtare la sensibilità dei lettori.

La Zona di Alienazione e gli Stalker

“La Zona”, come viene abitualmente chiamata – inizialmente un’area circolare di 2800 m2 allargata poi a 4300– aveva per epicentro il luogo dell’esplosione ed è stata succesivamente divisa in anelli concentrici proporzionali al grado di contaminazione. Nel 1996, dieci anni dopo, i suoi confini interessavano zone più ampie e la gestione è stata assunta dal Servizio di Stato di Emergenza:

La Zona: il primo perimetro

La Zona: radiazioni nel 1996

Il confine è ancora oggi presidiato da forze militari, al fine di impedire l’accesso: curiosi, cacciatori di rottami o responsabili di altri atti di sciacallaggio erano frequenti nei primi anni dopo il disastro. Alcuni scienziati che effettuavano ricerche non autorizzate adottarono il soprannome di stalker, dall’omonimo film di fantascienza di Andrej Tarkovskij del 1979, a sua volta tratto dal romanzo Picnic sul Ciglio della Strada (Picníc na Obócine, 1972) dei fratelli Strugackij.

Nel 2007 la società ucraina GSC Game World pubblica il primo di tre videogame “S.T.A.L.K.E.R.” dove “Scavengers Trespassers Adventurers Loners Killers Explorers Robbers” devono sopravvivere nella “Dead Zone”. Poi qualcuno ha pensato di farlo davvero e oggi gli stalker sono cambiati: si autodefiniscono tali, ad esempio, gruppi di giovani che entrano nella Dead Zone per divertimento, per sentire quel brivido di eccitazione e paura quando il dosatore schizza a valori altissimi. Questa generazione, la terza dal disastro, è cresciuta senza fiducia nel governo e nelle autorità, è stata esposta a radiazioni ed è convinta di non aver più niente da perdere. Informazioni sugli accessi meno controllati vengono passati attraverso la rete e poi via, nei boschi contaminati, nelle case abbandonate, nella città fantasma più famosa al mondo.

Le autorità locali, poco dopo la tragedia, hanno ammesso l’esistenza di siti di stoccaggio non mappati e focolai di combustione, presenti solo nelle ricostruzioni dei liquidatori.

Liquidatori: il coraggio della disperazione?

Liquidatori è un termine collettivo usato per indicare coloro che hanno lavorato alla bonifica della centrale: un totale di circa 800.000 uomini e donne tra personale dei reattori, vigili del fuoco, protezione civile, personale medico e paramedico, militari e civili addetti al risanamento della zona, lavoratori edili impiegati nella costruzione del sarcofago, pattuglie che garantiscono un accesso controllato al complesso, addetti ai trasporti, minatori in servizio alla bonifica delle acque contaminate.  Inizialmente il loro compito era correre in piccole squadre di quattro-sei persone sul tetto del reattore 3, sollevare un blocco di grafite (decine di chili) altamente radioattiva, gettarlo giù dal tetto distrutto e fare lo stesso con i detriti usando una pala: si alternarono 240 mila persone, protette con una specie di camici di piombo, perchè l’intera operazione doveva durare al massimo un minuto. Poi ricevevano un attestato e venivano mandati a casa con cento rubli e con una dose totale di radiazioni ritenuta critica per una intera vita. Il titolo di “liquidatori” venne concesso poi a tutti coloro che furono variamente impiegati nelle fasi successive al disastro.

Nelle ore successive all’esplosione, trenta di loro – principalmente operatori della centrale e pompieri – si ammalarono, e morirono poche settimane dopo in un piano a loro riservato nella clinica numero 6 di Mosca. Erano diventati altrettanti piccoli reattori nucleari, come le ambulanze che li trasportavano.

lesioni da ARS

Causa della morte: Acute Radiation Syndrome (ARS), per aver assorbito una dose di radiazione centinaia di volte superiore ai massimi stabiliti come sicuri dalle autorità di regolamentazione internazionale. Sepolti frettolosamente in bare di piombo, per evitare che la radioattività ancora presente nei loro resti contaminassero il terreno, le loro spoglie si trovano nel cimitero di Mitinskoe a Mosca. Per moltissimi altri, circa 400.000, cominciò il calvario fra un ospedale e l’altro alle prese con le più svariate patologie tumorali e da immunodeficienza.
Dati non ufficiali indicano che almeno 25.000 di loro sono morti a causa di patologie da radiazioni. Secondo l’associazione liquidatori, la “Chernobyl Union”, dopo vent’anni dalla catastrofe si contano addirittura 60.000 morti e 165.000 disabili. A tutt’oggi, 31 anni dopo, non conosciamo l’effettiva portata delle conseguenze. Le storie dei liquidatori, le ragioni che spinsero tanti di loro ad andare e le vicende dei più che furono costretti a farlo, sono raccontate nel libro del premio nobel  bielorusso Svetlana Aleksievic, Preghiera per Chernobyl (Чернобыльская молитва), che per tre anni ha “viaggiato e fatto domande a persone di professioni, generazioni e temperamenti diversi. Credenti e atei. Contadini e intellettuali. Cernobyl’ è il principale contenuto del loro mondo. Esso ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro, e anche attorno, e non solo l’acqua e la terra.” Qui, un brano.

Senso del dovere, esaltazione, un compenso appetibile, totale disinformazione su ciò che era realmente accaduto, l’alternativa di passare “due anni in Afghanistan o un minuto a Chernobyl”, spinsero tutti questi uomini e donne a compiere una missione suicida, consapevoli o meno: un bicchiere di vodka e via, perchè combatte le radiazioni…

 

Ghost Town…

Prypiat oggi

Dopo trentun’anni dalla catastrofe, Pripyat è una ghost town che sopravvive solo su internet: www.pripyat.com. Negli edifici che ospitavano gli abitanti di questa fiorente città-satellite le finestre non hanno più vetri, tutte le porte sono state divelte e le abitazioni saccheggiate; case, scuole e piazze testimoniano ancora un esodo improvviso: scene di vita quotidiana cristallizzate nel loro ultimo atto e coperte di polvere.

 

Le strade, in parte sbarrate, sono inutilizzate dal 1986 e alcune piante sporgono dall’asfalto. Dopo vari anni sono rispuntati i gatti: durante l’evacuazione non era permesso portare con se’ gli animali domestici, in quanto potevano essere radioattivi a causa delle polveri depositate sul pelo e squadre di liquidatori furono incaricate di abbatterli. Tra i pochi gatti scampati dopo il disastro, non nascevano più cuccioli maschi e i felini erano praticamente scomparsi.

Cimitero degli animali, di Marion Kahnemann

 

…E altri fantasmi

Chi c’è oggi nella Zona di Alienazione?

Mappa degli insediamenti nel 2007

Circa 210.000 persone sono tornate a vivere nelle aree meno a rischio e, nonostante i controlli, almeno 400 (dati 2007) nell’area di Pripyat. Sono i cosiddetti samosely, ovvero “auto insediati”: lavorano la terra ancora contaminata, ne mangiano i prodotti e bevono l’acqua dei torrenti. Per scaldarsi, bruciano legna radioattiva nella pjechka, la tradizionale stufa russa, che emette calore e radionuclidi come una Chernobyl in miniatura. E poi seppelliscono, come vuole la legge, la cenere nei campi da coltivare.

Di questi 400 residenti iniziali, quasi tutti anziani ritornati nei loro vecchi villaggi, ne sono rimasti circa 180. Il documentario The Babushka of Chernobyl, racconta le loro storie. Circa 5000 persone lavorano ancora nella Zona di Alienazione: guardie, operai addetti al nuovo sarcofago, vigili del fuoco: incendi in queste foreste ancora radioattive  sarebbero letali. Ci sono anche coloro che formano la logistica necessaria per tutto questo, come il personale degli alberghi, che vive nella Zona con turni “15 giorni dentro, 15 giorni fuori” per mantenere controllato il livello di radiazioni nel loro organismo.

Prypiat Hotel, nella città di Chernobyl, @TripAdvisor

I motivi di questo ritorno? La devastante crisi economica (fa più paura la fame delle radiazioni), la difficoltà di recidere le proprie radici, la discriminazione da parte dei non – chernobilyani, un senso di fatalismo e, per i più anziani, il desiderio di morire fra le proprie mura e vicino alle tombe dei propri cari.
Diversa la sorte della città di Chernobyl: nonostante il disastro è riuscita a sopravvivere. Chernobyl  era il centro abitato più importante all’interno di quella che ora è la Zona. Vecchia di 900 anni – XII secolo circa –  ospitava una delle più antiche e grandi comunità ebraiche ucraine (fine XVII sec,), decimata poi nei primi decenni del XX sec dall’Armata Rossa e poi, durante il secondo conflitto mondiale, dai nazisti. Prima del disastro la popolazione contava circa 14 mila persone, subito dopo, ospitava il personale impegnato nella rimozione delle scorie nucleari. Nel 1988 era stato proposto l’abbattimento di parte della città per limitare l’inquinamento radioattivo, ma il progetto fu abbandonato a causa dell’enorme quantità di particelle che si sarebbero liberate nell’aria dalle macerie. Lo stesso anno è stata terminata la città di Slavutych, costruita apposta, come lo era stata Pripyat, per chi lavora ancora alla centrale e rispettive famiglie.

Slavutych

“Molti degli operai attuali sono bambini degli operai della Centrale ai tempi del disastro,” spega  fotografa olandese Esther Hessing nel libro Bound to the Ground , scritto nel  2016 con Sophieke Thurmer. “Sono cresciuti a Pripyat, e ora i loro figli, che sono cresciuti a Slavutych, lavorano nell’impianto. […]Il fatto che non ci fossero opportunità alternative è quello che li ha spinti ad accettare quel lavoro: “Non c’è abbastanza lavoro in Ucraina, la disoccupazione galoppa e non ci sono strutture sanitarie e assistenziali valide. La Centrale offre ancora lavori ben pagati, e Slavutych ha scuole e asili molto buoni. È una città sicura per i bambini. Ci sono anche strutture sanitarie e una particolare attenzione alle conseguenze dell’esposizione alle radiazioni per tre generazioni.”
Alle conseguenze della catastrofe si aggiunge lo spettro di una situazione economica preoccupante. Chiusa la centrale, spariti i posti di lavoro, la zona contaminata è diventata meta di gite turistiche organizzate: queste comitive in pullman, attirate dal teatro della tragedia, sono munite di permessi speciali e all’uscita devono passare tre controlli che, se

non superati, comportano una doccia contro le radiazioni. Evidentemente l’emozione di mettere piede nella polvere contaminata e penetrare negli edifici in cui la maggioranza degli abitanti non ha osato o potuto tornare è più forte di qualsiasi cautela. Le regole sono tassative: non mangiare, tranne che nei luoghi predisposti, dove è servito un pasto preconfezionato e sigillato. Non appoggiare niente per terra o su qualsiasi altra superficie. Non sedersi. Non toccare niente da nessuna parte, fuori o dentro gli edifici. Non portare via niente come souvenir. Camminare vicino alla guida e non allontanarsi dal gruppo. E, aggiungo io, incrociate bene le dita, tutte quelle che avete o che vi spunteranno dopo. Enjoy Chernobyl!

 

 

 

 

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