Il Cavaliere del Sole Nero – Celia S. Friedman

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Una mia vecchia recensione sul primo volume della Trilogia del Sole Nero (Coldfire Trilogy).

“…L’efficacia del Sacrificio è direttamente proporzionale a ciò che viene distrutto.”

Siamo su Erna, dodici secoli dopo l’arrivo di un’astronave proveniente dalla lontana Terra. Il ricordo del pianeta madre e della sua tecnologia è praticamente svanito. Gli uomini hanno parzialmente preso possesso del loro nuovo territorio, dove regna il fae, una forza primitiva e selvaggia che a contatto con lo spirito umano dà vita ai più bei sogni come ai peggiori incubi.

Adepti e maghi hanno imparato a manipolare il fae, a loro rischio e pericolo, fra demoni, spettri, apparizioni arcane, combattimenti e duelli magici. Magia contro la magia, quindi, sigilli di protezione ovunque contro le forze oscure che il fae scatena, in particolar modo quando scende la notte e il controllo umano sulle forze di Erna diventa più fragile.
Per soccorrere un’adepta, Lady Ciani, vittima di una crudele aggressione da parte di creature di oscura provenienza, il Cavaliere della Fiamma e Prete Guerriero Damien Vryce inizia con lei un lungo viaggio per riprendere ciò che le è stato sottratto: il potere magico. Ma il loro cammino s’incrocia con quello di un’altra inquietante figura: il Cacciatore, mago non-morto dai terribili e oscuri poteri che ha il suo regno nel cuore della Foresta Maledetta (probabilmente una trasposizione molto gotica della britannica New Forest) da lui stesso creata.

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Il Cacciatore è una singolare forma di vampiro, da vero figlio di Erna non si nutre solo di sangue ma anche di un’emozione umana: il terrore, quello di giovani donne che porta nella sua Foresta, insegue per giorni in una sorta di macabro gioco e poi uccide. Separati da un abisso morale e materiale, Damien e il Cacciatore decidono una strana alleanza, basata sulla consapevolezza di avere un nemico comune; partono quindi verso il regno dimenticato dei Rakh, dove tutto è cominciato, assieme a Ciani e a Senzei, il suo apprendista: li attende una missione in cui l’avvenire stesso dell’umanità (e non solo) su Erna è in gioco. Attorno ad essi un assortimento di Demoni, ostili e non, Divinità minori per tutte le necessità, Succubi e Spettri evocati e banditi, anche con le armi.

Il mondo della Friedman appare caratterizzato da una simbologia rovesciata ma realistica e coerente: si parla di Sole Nero e di Fuoco Freddo, di Profeti che diventano angeli caduti, di un mondo in cui una vita forse da incubo sarebbe quella della Terra. Niente è mai uguale o prevedibile su Erna, tranne forse i moti ciclici e lontani del suo Sole, del Nucleo (un ammasso luminoso di stelle) e delle sue tre Lune che si spostano pigramente nel cielo, tutti troppo lontani per essere raggiunti dal potere del fae. Ma quando tutte le fonti di luce spariscono in una specie di periodica eclissi, su Erna domina la Vera Notte e sotto la sua influenza il fae raggiunge l’apice del proprio potere: allora le creature che prosperano nell’oscurità cominciano la loro personale caccia alle “sostanze” di cui si alimentano, sangue, piacere, disperazione o terrore. Contro di loro gli uomini cercano di difendersi evitando le zone oscure e le strade buie, coprono di sigilli intagliati le loro case, pregano e combattono. E danno inevitabilmente vita a nuovi mostri da incubo, perché ogni loro paura si materializza. Poi, al primo apparire della luce, la tenebra e i suoi demoni svaniscono e la vita riprende.

Si tratta di un fantasy di struttura e argomento classici, il tipico “andiamo a salvare il mondo” come tema portante, tuttavia originale per le sue idee di base: in particolare il concetto di “fae”, una sorta di forza primigenia legata ai Quattro Elementi. Per gli Adepti essa costituisce un mondo scintillante sovrapposto a quello reale, fatto di gelidi vapori argentei e roventi ruscelli violetti, echi squillanti e musica cristallina, ombre oscure e abissi rosso fuoco. Il fae è l’anima di Erna, né buona né cattiva, solo estremamente reattiva; pervade ogni cosa ed assume diverse forme, tutte ugualmente potenti: il fae oscuro, il fae delle maree. Il fae della terra, il fae solare….
Non è magia, ma piuttosto il mezzo per crearla: la magia si può dominare, il fae no; occorre essere parte di esso come gli Adepti, o imparare a vederlo, come i Maghi, attraverso gesti e parole rituali.

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Una volta vincolato, il fae permette ogni tipo d’incantesimo (Visioni, Schermature, Evocazioni, Divinazioni e Sacrifici) perché è in grado di alterare la realtà. Questo è il cardine della forza di Erna: con l’arrivo dei terrestri (i veri alieni), il suo delicato equilibrio, in cui nessuna forza è dominante, viene a contatto con un potere altrettanto grande: quello della mente umana. Il pianeta reagisce violentemente a questa fonte di alterazione, materializzando proprio quello di cui l’uomo ha più paura: i peggiori incubi prendono vita divorando i loro inconsapevoli creatori. Gerald Tarrant, quando ancora è il Neoconte di Merentha, capisce che esiste una sola possibilità per la sopravvivenza della sua specie su Erna: concentrare l’enorme forza psichica umana in un’unica direzione, sviluppando una forma di magia controllata da un principio comune e valido per tutti. Questo catalizzatore supremo è la Vera Fede, retaggio della religione terrestre. Il suo disegno ha successo, nascono la Chiesa e i suoi Patriarchi, ma l’ideatore ne resterà escluso, e ciò che egli stesso ha costruito diventerà un’arma capace di distruggerlo.

Particolarmente inquietante è il concetto che traspare da tutto il romanzo: ci si chiede dove in effetti possa arrivare la mente umana, capace di creare dèi e poi distruggerli, manipolare razze e poi sterminarle. Proprio questo scoprirà l’eterogenea compagnia, una volta arrivata in territorio Rakhene: i Rakh, abitanti originari e primitivi del pianeta, a contatto con i conquistatori terrestri hanno subito un’evoluzione repentina dallo stadio animalesco a quello umanoide, e per questo sono stati perseguitati e costretti a rifugiarsi in un luogo ritenuto inaccessibile. Ma la contaminazione non è finita, perché anche i Rakh cominciano a produrre i loro demoni che si nutrono proprio dei pensieri umani.

L’analisi psicologica dei personaggi è accurata e ingegnosamente mescolata a scene d’azione in cui la violenza è abbastanza esplicita. La narrazione, forse lenta all’inizio, acquista velocemente corposità grazie alle situazioni inaspettate, al linguaggio ad effetto, alla sottile ironia che spezza la tensione e il tono, a volte troppo melodrammatico. Damien Vryce è il classico eroe positivo che combatte con spada e incantesimi; s’innamora di Ciani e decide di salvarla anche a costo di porre in discussione il suo credo. E di perderlo, alla fine. Senzei rappresenta il desiderio irrefrenabile e frustrante di un sapere che non potrà mai appartenergli, neanche a prezzo della vita. Ciani è forse la figura meno espressiva e originale: fragile e insicura dopo la perdita del potere, viene inevitabilmente sedotta dalla personalità oscura del Cacciatore. Hesseth è la donna Rakhene che prova ribrezzo e odio ancestrale anche solo all’odore degli esseri umani, ma diventa loro guida e alleata per la salvezza della propria razza. Tra tutti, la figura più interessante è sicuramente quella del Cacciatore: messo di fronte alla scelta se vivere da entità demoniaca o morire, Tarrant sacrifica la propria umanità in nome dell’immortalità mediante un patto con le più oscure forze di Erna e compie quello che per lui è il Supremo Sacrificio, diventando un simbolo negativo senza apparente possibilità di redenzione. Adepto votato interamente al male, corrompe lentamente le convinzioni del Prete Guerriero, ma a sua volta ne subisce l’umanità. Creatura della notte dai poteri magici quasi illimitati, da vero vampiro non tollera la luce, può mutarsi in animali rigorosamente neri e la sua spada è fatta di fuoco freddo. Non conserva nulla dei suoi sentimenti umani, tranne una sorta di codice d’onore che si riassume in un unico concetto: il mantenimento quasi ossessivo della parola data. Se la sua nemesi è il sole, la sua essenza è l’oscurità. È il suo dominio di magia oscura quello che sorge ogni notte come un Sole Nero, un vortice che può essere percepito ma non visto, in cui viene risucchiata tutta la luce del mondo, i colori e il fae: in questo anti-sole tutto il Potere è concentrato come la materia all’interno di un buco nero. Eppure il Cacciatore è l’unico che conserva il ricordo e forse il desiderio dell’antico mondo perduto, di cui porta l’emblema al collo: la Terra. Il personaggio più negativo e amorale diventa quello per cui, con un certo stupore, alla fine si parteggia. Contro ogni logica, si soffre per lui quando viene torturato e si gioisce quando viene salvato.

Il tema della vicenda non è solo la contrapposizione Bene/Male, quindi, ma anche la storia dell’impensabile amicizia tra le due figure maschili che la rappresentano e che da essa sono trasformate. Il rapporto Damien-Gerald viene continuamente messo in discussione: il primo è idealista, coraggioso e votato al bene, l’altro è arrogante, solitario e crudele, ma capace di rischiare la vita in nome di una lealtà che egli stesso vorrebbe negare. Eppure non possono fare a meno di alimentarsi l’uno della personalità dell’altro, perché un’alleanza imprevedibile è spesso la più forte.
Alcuni caratteri restano in ombra: la figura del Nemico, il Signore di Lema, è forse poco sviluppata rispetto al demone Calesta suo consigliere, ma il risultato è comunque avvincente.
Il romanzo, il primo della trilogia di Coldfire, costituisce un approccio singolare al genere fantasy, e piace per l’impatto d’insieme capace di catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime righe. Si tratta di una storia che offre diversi livelli di lettura, alcuni immediati e di pura evasione, altri più nascosti e complessi, ma tutti affrontati in un modo originale e accessibile.

ColdFireTrilogy

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